“Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere”. Parole di Gaetano Salvemini nella prefazione di “Mussolini diplomatico”. Sono trascorsi 80 anni dal 25 aprile del 1945, ancora di più da questa frase. Il riferimento al Ventennio è inevitabile, ma oggi in Italia si celebra la Festa della Liberazione, la caduta del fascismo e la cacciata del nemico straniero dal Paese.
Una memoria, anche quest’anno, legata a doppio filo con quanto accade in Ucraina. Il 24 febbraio del 2022, con la dichiarazione di guerra da parte della Russia, è iniziato uno dei capitoli più oscuri della storia contemporanea dopo la Seconda guerra mondiale. Una catastrofe fino a poco tempo fa impensabile con cui si manifesta la ferocia di governi totalitari e autoritari in grado di plasmare le generazioni, manipolando l’informazione con l’uso spregiudicato di social network e software video. Un copione che si ripete sulla falsa riga di schemi logori ma sempre efficaci che confermano le parole di Primo Levi: “Tutto questo è accaduto, dunque può ancora accadere”. Celebrare la Resistenza in Italia significa anche avere il coraggio di ammettere a noi stessi che per quanto sembri uno scenario lunare, la guerra è un rischio attuale che si può verificare ovunque. La memoria condivisa è l’arma più potente, “resistere” significa avere coscienza di sé: è un’attitudine mentale da tramandare.
In Italia, siamo ancora impegnati a combattere contro un altro invasore: un virus dilagante chiamato revisionismo storico contro il quale non esiste altra cura se non una lettura onnivora dei testi di storia e di diritto internazionale. Il 25 aprile va interpretato prima di tutto come un giorno di unità nazionale e consacrazione di libertà individuale che dal confine dell’altrui diritto non è limitata ma da questo confermata, per cui infinita. Ma è anche un giorno tristemente segnato dai rigurgiti neofascisti che hanno attraversato il Paese nei suoi 80 anni di libertà conquistata. Occorre affrontare il tema dell’universalità dei diritti, del riconoscimento dell’esistenza in natura di un debito nei confronti della società.
In via preliminare, vanno però constatate e riconosciute le basi friabili su cui poggiano le convinzioni inoculate da una propaganda mediatica ante litteram in grado di deformare la realtà e fare proseliti. Ancora oggi, infatti, stupisce il proliferare delle leggende surreali sulla creazione degli istituti di previdenza, sulle bonifiche e sulle fantomatiche riforme del mercato del lavoro e dei salari. “Successi” ancora ascritti al Ventennio: menzogne che resistono ancora. Un libro che le mette tutte in fila dimostrandone la fallacità è l’ottimo “Mussolini ha fatto anche cose buone – le idiozie che continuano a circolare sul Fascismo” dello storico Francesco Filippi. “Tutti i luoghi comuni sul duce smontati uno a uno – si legge in quarta di copertina – perché mai come oggi è necessario smentirli (ancora una volta). Una bussola essenziale per capire il presente”.
Per non parlare dei perniciosi tentativi di legittimazione politica. Come si può ancora oggi ritenere, in spregio di qualunque fondamento di diritto internazionale, che Salò fu una repubblica? Priva di qualunque potere di coercizione, di una costituzione, di riconoscimento internazionale, di tutte le caratteristiche necessarie per legittimare l’esistenza di uno Stato sovrano. Un mero governo de facto. In Italia, però, si discute ancora sulla validità di quella presunta micro-nazione la cui esistenza giustificherebbe fatti e misfatti. Negli anni Novanta, con il noto saggio di Claudio Pavone, “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza”, il dibattito mise bruscamente in discussione la lettura unanimistica della liberazione dal fascismo a livello storiografico.
Non che si fosse mai sopito, ma il libro di Pavone ridiede linfa vitale a un tema scabroso. Un testo che dapprincipio fece storcere il naso all’Anpi e ai reduci della Guerra di Liberazione. Un altro motivo per rinfocolare la contrapposizione dialettica intorno al rinnovato interrogativo: Resistenza o guerra civile? Un’opera che in realtà fece soltanto del bene alla causa dei partigiani italiani. Da lì in poi, infatti, l’argomento fu trattato in termini scientifici: il concetto di “guerra civile” fu definito attraverso categorie codificate e confini. Paradigmi e perimetri rispetto ai quali la Lotta di Liberazione italiana si colloca al di fuori.
Negli anni si è cercato di derubricare tutto a uno spargimento di sangue tra fratres invece che tra cives (in piena contraddizione, oltretutto, con la definizione di guerra civile) in cui il “nemico principale” non era il tedesco invasore. Tentativi scellerati che hanno avuto un seguito in Italia ma non in Paesi come la Francia dove è stata perfino coniata l’espressione “guerres franco-francaise” per ricomporre in nuce ogni tentativo di frattura nella nazione. Forse i vani tentativi di rilettura della storia italiana si possono ricondurre alla natura della guerra civile, intesa come conflitto tragico e violento ma, sul piano politico, distante dalla nozione di “rivoluzione”. Uno stratagemma per eludere la questione della fondatezza della presa del potere di Benito Mussolini, legittimata da Vittorio Emanuele III e da cui scaturisce una slavina di distinzioni, definizioni e contrapposizioni.
La Festa della Liberazione va intesa soprattutto come una ricorrenza che unisce, ma in un Paese in cui la dialettica politica traligna ancora nella contrapposizione tra fascisti e comunisti, spostando poi il confronto tra la destra in Italia e la sinistra nel mondo, non si deve temere di inerpicarsi tra le sfumature più dure del ragionamento. Violentare ancora oggi l’interpretazione dell’articolo 21 della Costituzione in virtù di un ipotetico deficit di democrazia nel nostro Paese è pura malafede. Sostenere che il divieto di apologia del fascismo possa ledere la libera manifestazione del pensiero è quanto meno corrivo. In ogni parte del mondo, ovunque ci sia stata una dittatura, è stata poi vietata la riorganizzazione e l’apologia dei partiti con cui si sono affermati regimi autoritari o totalitari.
Intellettuali, giornalisti e politici avanzano ancora oggi la proposta di abolire la Festa del 25 aprile, in nome di una presunta “pacificazione nazionale” che rischia di tradursi in una cupio dissolvi della memoria storica dell’Italia. Sepolcri imbiancati che si fanno interpreti di questa narrazione. A tali posizioni si deve rispondere con celebrazioni sempre più animate da spirito unitario e con l’orgoglio di una memoria condivisa. In questo quadro, resta fondamentale il ruolo dell’ANPI, che ha aperto da tempo il tesseramento anche alle nuove generazioni, contribuendo alla trasmissione dei valori della Resistenza e dei principi morali confluiti nella Costituzione. Principi che i padri costituenti hanno voluto “rigidi” per proteggerci da ogni deriva autoritaria. Il 25 aprile non divide: distingue. E in questa distinzione si riconosce il confine stesso della nostra libertà.
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