“Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere”. Parole di Gaetano Salvemini nella prefazione di “Mussolini diplomatico”. Sono trascorsi 81 anni dal 25 aprile del 1945, ancora di più da questa frase. Oggi si celebra la Festa della Liberazione, la caduta del fascismo e la cacciata del nemico straniero dall’Italia. La ricorrenza assume quest’anno un ulteriore significato: il 2026, infatti, segna anche gli ottant’anni della Repubblica, figlia diretta della Liberazione.
A Palermo, un murale dedicato alla Resistenza (foto in alto) realizzato sulla facciata dell’istituto Alberico Gentili dall’artista Igor Scalisi Palminteri ha rapidamente acceso il dibattito pubblico, arrivando fino al Parlamento. L’opera raffigura il siciliano Pompeo Colajanni, figura chiave della lotta partigiana e della nascita della Repubblica, e Olema Righi, simbolo del contributo femminile alla Liberazione. La presenza di una bandiera rossa accanto al tricolore ha innescato le critiche di esponenti politici che hanno parlato di messaggio ideologico in un contesto scolastico. Di segno opposto le reazioni di chi ha difeso l’iniziativa, ritenendola coerente con i valori antifascisti su cui la Costituzione è fondata. Un confronto che divide tra chi vede in quell’immagine un richiamo necessario alla storia e chi, invece, lo interpreta come un segnale di parte. La vicenda ha così riaperto il confronto sul ruolo della memoria. È proprio sul terreno della sua interpretazione che si misura oggi la tenuta della nostra democrazia.
Anche quest’anno, la memoria è purtroppo legata a doppio filo alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Uno dei capitoli più oscuri della storia contemporanea dopo la Seconda guerra mondiale. Una catastrofe fino a poco tempo fa impensabile con cui si manifesta la ferocia di governi totalitari e autoritari in grado di plasmare le generazioni, manipolando l’informazione con l’uso di social network e software video. Un copione che si ripete sulla falsa riga di schemi logori ma sempre efficaci che confermano le parole di Primo Levi: “Tutto questo è accaduto, dunque può ancora accadere”. Celebrare la Resistenza in Italia significa anche avere il coraggio di ammettere che per quanto sembri uno scenario lunare, la guerra è un rischio attuale che si può ancora verificare. La memoria condivisa è l’arma più potente: “resistere” significa avere coscienza di sé. È un’attitudine mentale da tramandare.
In Italia, si combatte ancora un invasore: il revisionismo storico. Per questo motivo, è purtroppo necessario inerpicarsi tra le sfumature più dure del ragionamento. Il 25 aprile va interpretato prima di tutto come un giorno di unità nazionale e consacrazione di libertà individuale che dal confine dell’altrui diritto non è limitata ma da questo confermata, per cui infinita. Ma è anche un giorno tristemente segnato dai rigurgiti neofascisti che hanno attraversato il Paese nei suoi 81 anni di libertà conquistata. In via preliminare, vanno constatate e riconosciute le basi friabili su cui poggia la propaganda mediatica ante litteram del fascismo. Una macchina in grado di deformare la realtà e fare ancora proseliti.
Stupisce il proliferare di leggende surreali sulla creazione degli istituti di previdenza, sulle bonifiche e sulle fantomatiche riforme del mercato del lavoro e dei salari. “Successi” ancora attribuiti al Ventennio: menzogne che resistono ancora. Un libro che le mette tutte in fila dimostrandone la fallacità è l’ottimo “Mussolini ha fatto anche cose buone – le idiozie che continuano a circolare sul Fascismo” dello storico Francesco Filippi. “Tutti i luoghi comuni sul duce smontati uno a uno – si legge in quarta di copertina – perché mai come oggi è necessario smentirli (ancora una volta). Una bussola essenziale per capire il presente”.
Per non parlare dei perniciosi tentativi di legittimazione politica. Ritenere Salò una repubblica, in spregio di qualunque fondamento di diritto internazionale, significa legittimare uno Stato fantoccio. Un mero governo de facto privo di potere di coercizione, di una costituzione, di riconoscimento internazionale e di tutte le caratteristiche necessarie per legittimare l’esistenza di uno Stato sovrano. Negli anni Novanta, con il noto saggio di Claudio Pavone, “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza”, il dibattito mise bruscamente in discussione la lettura unanimistica della liberazione dal fascismo a livello storiografico. Non che si fosse mai sopito, ma il libro di Pavone ridiede linfa vitale a un tema scabroso.
Un testo che inizialmente fece storcere il naso all’Anpi e ai reduci della Guerra di Liberazione. Un altro motivo per rinfocolare la contrapposizione dialettica intorno al rinnovato interrogativo: Resistenza o guerra civile? Un’opera che in realtà fece soltanto del bene alla causa dei partigiani italiani. Da lì in poi, infatti, l’argomento fu trattato in termini scientifici: il concetto di “guerra civile” fu definito attraverso categorie codificate e confini. Paradigmi e perimetri rispetto ai quali la Lotta di Liberazione italiana si colloca al di fuori, sebbene non siano mancati conflitti interni riconducibili a dinamiche locali e a frange disorganiche, comunque non strutturali rispetto al movimento resistenziale.
Negli anni si è cercato di derubricare tutto a uno spargimento di sangue tra fratres, invece che tra cives, in cui il “nemico principale” non era il tedesco invasore. Intenzioni scellerate che hanno avuto un seguito in Italia ma non in Paesi come la Francia dove è stata perfino coniata l’espressione “guerres franco-francaise” per ricomporre in nuce ogni tentativo di frattura nella nazione. Forse i tentativi di rilettura della storia italiana si possono ricondurre alla natura della guerra civile, intesa come conflitto tragico e violento ma, sul piano politico, distante dalla nozione di “rivoluzione”. Uno stratagemma per eludere la questione della fondatezza della presa del potere di Benito Mussolini, legittimata da Vittorio Emanuele III e da cui scaturisce una slavina di distinzioni, definizioni e contrapposizioni.
La Festa della Liberazione va intesa soprattutto come una ricorrenza che unisce, senza tralignare nella contrapposizione tra fascisti e comunisti, finendo poi per spostare assurdamente il confronto tra la destra in Italia e la sinistra nel mondo. Distorcere l’interpretazione dell’articolo 21 della Costituzione, invocando un ipotetico deficit di democrazia nel nostro Paese, è pretestuoso. Sostenere che il divieto di apologia del fascismo possa ledere la libera manifestazione del pensiero è corrivo. Non si tratta di un’anomalia italiana: Germania e Austria, e con proprie specificità anche il Portogallo uscito dalla dittatura, hanno previsto anticorpi giuridici contro il ritorno di ideologie che negarono la libertà.
Intellettuali, giornalisti e politici avanzano ancora oggi la proposta di abolire la Festa del 25 aprile, in nome di una presunta “pacificazione nazionale” che rischia di tradursi in una cupio dissolvi della memoria storica dell’Italia. Sepolcri imbiancati che si fanno interpreti di questa narrazione. A tali posizioni si deve rispondere con celebrazioni sempre più animate da spirito unitario e con l’orgoglio di una memoria condivisa. In questo quadro, resta fondamentale il ruolo dell’ANPI, che ha aperto da tempo il tesseramento anche alle nuove generazioni, contribuendo alla trasmissione dei valori della Resistenza e dei principi morali confluiti nella Costituzione. Principi che i padri costituenti hanno voluto “rigidi” per proteggerci da ogni deriva autoritaria. Il 25 aprile non divide: distingue. Ed è in questa distinzione che si riconosce il confine della nostra libertà.



