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VIDEO | Palermo piange Paolo Taormina, Cattedrale gremita per il funerale

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La bara bianca ha fatto il suo ingresso in cattedrale alle 10,30: oggi Palermo piange Paolo Taormina, ucciso a sangue freddo il 12 ottobre scorso. Centinaia di persone sono presenti, numerosi sono in ragazzi che indossano una maglietta connil volto della giovane vittima e la scritta “Paolo sarai per sempre nei nostri cuori”. All’ingresso della bara, la folla è esplosa in due momenti di applauso assordante. Un’atmosfera di profonda tristezza e di cordoglio avvolge la Cattedrale che oggi è simbolo del dolore e della rabbia della città per la perdita di Paolo Taormina. A officiare l’omelia, monsignor Corrado Lorefice. Il Comune di Palermo ha proclamato il lutto cittadino, e le attività commerciali hanno chiuso i battenti in segno di rispetto e di solidarietà verso la famiglia del giovane.

© CRONACA DI SICILIA

Le saracinesche abbassate e il lavoro interrotto per dieci minuti sono un gesto di partecipazione al dolore della comunità, un modo per esprimere la propria vicinanza e il proprio sostegno. Un messaggio di speranza e di reazione al silenzio è stato lanciato dalla scuola Vittorio Emanuele, con uno striscione che recita “Rompiamo il silenzio”, un appello a non dimenticare e a non tacere di fronte alla violenza e all’ingiustizia. La città si è fermata per dire addio a Paolo, e per chiedere giustizia e verità.

Tra le autorità presenti, il presidente della Regione Renato Schifani, il sindaco di Palermo Roberto Lagalla – seduto tra i genitori del giovane – il presidente del Consiglio comunale Giulio Tantillo, insieme a diversi assessori e consiglieri. Al termine della cerimonia funebre, centinaia di persone hanno intonato il nome di Paolo, ripetendolo con commozione. Esausti e visibilmente provati, i genitori di Paolo, la sorella Sofia e il fratellino di appena sei anni hanno lasciato la chiesa con gli occhi pieni di lacrime e il volto segnato dal dolore.

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L’omelia di Lorefice. “È assurdo che un figlio venga strappato ai suoi genitori, ai fratelli, agli amici, al suo lavoro, alla sua comunità”, ha detto con voce commossa l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, durante l’omelia. “Siamo qui, oggi, raccolti e chiamati da Paolo. Da questo giovane caro che ci è stato portato via dalla violenza. Chiamati anche da tutti i figli di Rachele, da Abele, da ogni vittima innocente della brutalità umana”.

“Sì, non abbiamo parole”, ha proseguito l’arcivescovo. “Perché davanti a un dolore così profondo, così inspiegabile, le parole si svuotano. Come narrato nel libro di Giobbe, gli amici che cercano di spiegare la sofferenza diventano una parodia della giustizia, una difesa vana di Dio. Giobbe li richiama al rispetto per chi soffre, che si manifesta solo con la vicinanza e con il silenzio. Siamo vicini, smarriti, e nel silenzio proviamo a cogliere anche solo una goccia dello strazio che vivono i genitori, i familiari, gli amici, tutta la città”.

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Lorefice ha ricordato che anche un altro innocente fu ucciso: “Un uomo, come Paolo, morto giovane. Un uomo che amava la vita, l’amicizia, la strada, i banchetti. Uno che guardava la realtà con gli occhi di Dio. Cristo ci ha mostrato che Dio si trova nei poveri, negli innocenti violati, nelle vittime. È lì, sulla croce, a rivelare l’ingiustizia e la follia dei carnefici. A dirci che la vita di ogni singolo essere umano vale l’infinito, e non può essere ridotta a un danno collaterale. Questa è la disumana follia di chi uccide e di chi esercita potere senza coscienza: per loro verrà il giudizio di Dio”.

Poi si rivolge ai genitori di Paolo: “Nessuna parola può bastare. Solo uno sguardo a Paolo e uno alla Croce”, ha aggiunto. “Carissima Fabiola, carissimo Giuseppe, cara Sofia, caro Mattia, cara Desirée: non so se posso dirvi altro. Piango con voi e rivolgo a Dio la stessa domanda che urla nei vostri cuori: perché? Perché? Non esistono parole capaci di consolare. Solo un grido verso il cielo. E in quel grido, lo sguardo incrocia quello di Cristo crocifisso. Ai suoi piedi, una madre, amici, vicini. Poi torniamo a guardare Paolo. E voi. I suoi genitori, i suoi familiari, i suoi amici. Nella disperazione, in quel grido lanciato al cielo, c’è un filo di luce”.

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“Quella luce viene dallo sguardo di Gesù e di sua madre Maria. Loro sono accanto a voi.
Paolo non è scomparso. Non è finito nel nulla. Anche se invisibile, continua a vivere, con dolore e amore, nei vostri cuori. E sappiate che vive anche nel cuore di Cristo risorto.
Cristo che vince la morte, che ci rigenera alla vita, che distrugge la stupidità dell’odio e della violenza”. Lorefice ha poi allargato lo sguardo alla società: “Con tristezza dobbiamo dirlo: la violenza sembra impossibile da sradicare. I secoli passano, Dio si è fatto uomo, è morto sulla croce, ha perdonato. Eppure si continua a uccidere. Nessuna causa può giustificare l’omicidio. Nel pianto per Paolo, piangiamo tutte le vittime: delle guerre, della mafia, della violenza, del narcisismo delirante, del culto della forza virile”.

“La giustizia deve fare il suo corso, è doveroso accertare la verità. Ma scacciamo dal nostro cuore ogni desiderio di vendetta. Non possiamo rispondere al male con altro male.
Questo vale per Palermo come per il mondo intero. Il riscatto non verrà dalla vendetta, ma da un desiderio profondo di pace e giustizia nei cuori dei palermitani”. Infine, un richiamo forte alla responsabilità collettiva: “Non saranno gli eserciti né le forze dell’ordine – seppur preziosi e necessari – a sradicare la violenza. Solo insieme possiamo farlo. Solo Palermo tutta può cambiare rotta, attingendo alle proprie energie più autentiche, alla propria storia, alla propria umanità”.

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“Come abbiamo scritto con l’arcivescovo di Monreale, mons. Gualtiero Isacchi: non basta presidiare i quartieri o i luoghi della movida. Serve una presenza costante, condivisa, delle istituzioni civili, militari, scolastiche, religiose. Serve una politica che si prenda cura dei più fragili: quelli che mancano di casa, lavoro, pane, cultura, opportunità. Serve una presenza vera nei quartieri, nelle strade, nelle case. Dobbiamo ripensare le nostre politiche sociali, urbanistiche, culturali ed economiche. Anche le scelte religiose devono uscire dalle sacrestie. Paolo risorgerà. Erediterà la vita, la comunione eterna”.

“Tutti i morti, tutte le vittime, rimangono vive nel cuore di Dio e nel cuore di chi ha amato e ama. Basta violenza, basta morti. La morte, se non accolta nel grembo del perdono, genera altra morte. Solo l’amore dà senso alla vita. Preghiamo con forza perché il dolore, il pentimento e la consapevolezza possano toccare il cuore anche di chi ha seminato violenza. E possano generare nuova vita nella nostra città e nel mondo, ferito dallo sfruttamento, dai conflitti, dalla guerra”.

L’arcivescovo ha infine lanciato un invito: “Sabato sera, alle 21, ci vediamo allo Zen. Non con armi, ma con l’amore di Paolo. Facciamo una movida alternativa, ci incontriamo davanti alla chiesa di San Filippo Neri. Palermo ha bisogno di amore, non di sangue”.

 

 

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