Un’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha portato all’esecuzione di otto fermi da parte di polizia e carabinieri. Il provvedimento, disposto dalla procura guidata da Maurizio de Lucia, punta a fermare la crescente ondata di violenza che da mesi interessa l’area compresa nel mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo, teatro nelle ultime ore dell’ennesimo attentato incendiario contro un’attività imprenditoriale. Quattro persone sono state fermate dagli agenti della Squadra mobile con accuse che vanno dalla tentata estorsione al tentato omicidio, entrambe aggravate dal metodo mafioso.
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L’inchiesta ricostruisce una catena di episodi violenti verificatisi tra aprile e maggio. Tra questi l’assalto armato compiuto nella notte tra il 29 e il 30 aprile contro un’abitazione di via Don Minzoni, bersagliata da colpi di kalashnikov esplosi da due uomini con il volto coperto. Il giorno successivo sarebbe scattata la risposta armata dei parenti della vittima dell’estorsione, che avrebbero organizzato un agguato in via Montalbo per eliminare uno degli autori dell’attacco. Secondo gli investigatori, altri due indagati avrebbero avuto il ruolo di accompagnare i sicari a bordo di scooter.
Altri due fermi sono stati eseguiti dagli agenti del commissariato San Lorenzo nei confronti di due giovani ritenuti responsabili del furto aggravato di un’automobile rubata il 12 marzo nel parcheggio di un centro commerciale cittadino. L’auto, secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stata successivamente utilizzata da altri soggetti, ancora da identificare, per compiere l’attentato incendiario che nella notte del 28 marzo colpì l’autolavaggio annesso a un distributore di carburante di via Lanza di Scalea.
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Gli ultimi due provvedimenti sono stati eseguiti dai carabinieri e riguardano un presunto tentativo di estorsione ai danni di alcuni commercianti di Isola delle Femmine. I due giovani fermati sono accusati di avere lasciato davanti a otto attività commerciali bottiglie contenenti liquido infiammabile accompagnate da messaggi con la richiesta di pagamento di 5 mila euro. Anche in questo caso la contestazione è aggravata dal metodo mafioso.
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